
Si sta consolidando l’orientamento della Corte di Cassazione secondo cui la presunzione di attribuzione ai soci di maggiori utili opera anche nel caso in cui la compagine sociale si componga esclusivamente di società, sia di persone sia di capitali, senza che ciò si ponga in contrasto con il divieto di presunzione di secondo grado, allorquando il fatto noto è dato dalla ristrettezza dell’assetto societario che implica un reciproco controllo dei soci nella gestione sociale, con conseguente vincolo di solidarietà. Verifichiamo, quindi, il ragionamento operato dalla giurisprudenza di legittimità, per giungere a tale conclusione.
Premessa giuridica
La legittimità della distribuzione in capo ai soci degli utili non contabilizzati da parte delle società a ristretta base azionaria, che non abbiano optato per il regime di trasparenza di cui all’articolo 116 del Tuir, è ormai consolidata, pur sé per le società di capitali, di norma, vige, ai fini tributari, la netta separazione tra la società e i singoli soci. Nei confronti del socio di una società a ristretta base azionaria trova applicazione l’articolo 44 del Tuir, norma che disciplina i redditi di capitale, mentre se la partecipazione è detenuta in regime d’impresa il dividendo concorrerà alla formazione del reddito d’impresa, in forza di quanto disposto dagli articoli 48 e 59 del Tuir.
La questione, in assenza di una specifica disposizione normativa che preveda tale forma di tassazione, a differenza di quanto previsto dall’articolo 5, del Tuir, per le società di persone, è da anni oggetto di dibattito dottrinario e giurisprudenziale.
Infatti, se nelle società di persone l’imputazione ai soci del reddito societario è svincolata dalla effettiva distribuzione degli utili, nelle società di capitali – indipendentemente dall’esistenza di una ristretta base azionaria – è legata alla effettiva distribuzione.
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