
Sempre più spesso, il Fisco pone l’attenzione sullo scostamento – per gli avvocati – tra patrocini prestati in cause concluse con sentenze depositate e le corrispondenti fatture emesse per tali servizi oppure – nel caso di commercialisti – tra le dichiarazioni trasmesse dall’intermediario abilitato in un determinato anno di imposta e le corrispondenti fatture emesse per tale servizio, contestando le eventuali prestazioni che non risultano remunerate.
La metodologia di accertamento utilizzata prevede che la gratuità delle prestazioni possa essere considerata verosimile soltanto nei confronti di parenti o di colleghi o amici.
In base ad un ormai consolidato orientamento giurisprudenziale di legittimità, se da un lato i Giudici Supremi continuano a riconoscere (come è giusto) la spettanza in capo al professionista del compenso anche per la fase di studio della pratica e la piena legittimazione dello studio professionale ad agire per la riscossione del compenso del singolo associato, dall’altro sembrano avere posizioni sempre più rigide in merito alle prove che il professionista può addurre per vincere la presunzione del Fisco sull’avvenuto incasso dei compensi a conclusione della singola prestazione professionale e, conseguentemente, sul loro mancato assoggettamento a tassazione.
Ovviamente, la (rigida) posizione della Corte Suprema viene considerata dalla maggior parte dei professionisti anacronistica e, soprattutto, irrealizzabile.
Già da tempo, infatti, e a maggior ragione dopo il periodo di crisi dovuta alla pandemia, sono molti i professionisti che, pur continuando a svolgere le proprie prestazioni professionali, hanno avuto (e ancora continuano ad avere) serie difficoltà ad incassare i propri compensi.
Né è pensabile che ogni volta che il cliente assistito (soprattutto se è abituale) non paga il compenso professionale a fine mandato, il professionista possa immediatamente procedere con la diffida ad adempiere o con le richieste di decreto ingiuntivo.
Premessa
In base ad un ormai consolidato orientamento giurisprudenziale di legittimità, se da un lato i Giudici Supremi continuano a riconoscere (come è giusto) la spettanza in capo al professionista del compenso anche per la fase di studio della pratica e la piena legittimazione dello studio professionale ad agire per la riscossione del compenso del singolo associato, dall’altro sembrano avere posizioni sempre più rigide in merito alle prove che il professionista può addurre per vincere la presunzione del Fisco sull’avvenuto incasso dei compensi a conclusione della singola prestazione professionale e, conseguentemente, sul loro mancato assoggettamento a tassazione.
Per continuare a leggere l'articolo, accedi con il tuo account GBsoftware.
Non hai un account?
Accedi a tutti i contenuti esclusivi del Magazine GB, portale dedicato all'informazione professionale con oltre 600 articoli di dottrina, approfondimento e aggiornamento normativo.
Compila il modulo e attiva subito la tua prova gratuita di 15 giorni

