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Le più comuni contestazioni del Fisco in capo ai professionisti e la possibile difesa

di Rosanna Acierno | · aggiornato il · 20 min di lettura

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Le più comuni contestazioni del Fisco in capo ai professionisti e la possibile difesa

Sempre più spesso, il Fisco pone l’attenzione sullo scostamento – per gli avvocati – tra patrocini prestati in cause concluse con sentenze depositate e le corrispondenti fatture emesse per tali servizi oppure – nel caso di commercialisti – tra le dichiarazioni trasmesse dall’intermediario abilitato in un determinato anno di imposta e le corrispondenti fatture emesse per tale servizio, contestando le eventuali prestazioni che non risultano remunerate.

La metodologia di accertamento utilizzata prevede che la gratuità delle prestazioni possa essere considerata verosimile soltanto nei confronti di parenti o di colleghi o amici. 

In base ad un ormai consolidato orientamento giurisprudenziale di legittimità, se da un lato i Giudici Supremi continuano a riconoscere (come è giusto) la spettanza in capo al professionista del compenso anche per la fase di studio della pratica e la piena legittimazione dello studio professionale ad agire per la riscossione del compenso del singolo associato, dall’altro sembrano avere posizioni sempre più rigide in merito alle prove che il professionista può addurre per vincere la presunzione del Fisco sull’avvenuto incasso dei compensi a conclusione della singola prestazione professionale e, conseguentemente, sul loro mancato assoggettamento a tassazione.

Ovviamente, la (rigida) posizione della Corte Suprema viene considerata dalla maggior parte dei professionisti anacronistica e, soprattutto, irrealizzabile.

Già da tempo, infatti, e a maggior ragione dopo il periodo di crisi dovuta alla pandemia, sono molti i professionisti che, pur continuando a svolgere le proprie prestazioni professionali, hanno avuto (e ancora continuano ad avere) serie difficoltà ad incassare i propri compensi.

Né è pensabile che ogni volta che il cliente assistito (soprattutto se è abituale) non paga il compenso professionale a fine mandato, il professionista possa immediatamente procedere con la diffida ad adempiere o con le richieste di decreto ingiuntivo.

INDICE

Premessa

In base ad un ormai consolidato orientamento giurisprudenziale di legittimità, se da un lato i Giudici Supremi continuano a riconoscere (come è giusto) la spettanza in capo al professionista del compenso anche per la fase di studio della pratica e la piena legittimazione dello studio professionale ad agire per la riscossione del compenso del singolo associato, dall’altro sembrano avere posizioni sempre più rigide in merito alle prove che il professionista può addurre per vincere la presunzione del Fisco sull’avvenuto incasso dei compensi a conclusione della singola prestazione professionale e, conseguentemente, sul loro mancato assoggettamento a tassazione.

Secondo la Corte Suprema, infatti, la mera sussistenza degli elementi indiziari di termine dell’incarico professionale e di assenza di dichiarazione del compenso pattuito consentirebbe al Fisco di rettificare i redditi dei professionisti ai quali spetta l’onere di provare le ragioni del mancato...

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